Racconti dal mondo precario

sabato 28 settembre 2013

Storie di fabbrica «Parravi mali? Na Santa inquisizione, nna cruci e t'abbruciavanu!»

Il Bolscevico arriva sulla sua Panda bordeaux vecchio modello. Non l'ho mai visto prima. L'ho solo sentito per telefono, ma quando scende dall'auto capisco che è l'uomo che sto aspettando. Cappello in pile nero da cui spuntano ciocche di capelli anch'essi neri con dei riflessi argentei, giubbotto sportivo nero, pantaloni da tuta e scarpe da corsa. Ha un fisico asciutto, il Bolscevico, un viso in cui i cinquant'anni di questo operaio hanno lasciato un solco: attorno agli occhi, sulla fronte, fra il contorno della bocca e le guance è un continuo spalancarsi di valli, di righe, di solchi e per ognuna di queste rughe sarebbe possibile scrivere una storia. La barba nera e incolta su cui spunta qualche pelo bianco mi ricorda vagamente Er Monnezza, il famoso personaggio di film polizieschi degli anni Settanta interpretato da Tomas Milian. Mi viene dritto incontro, mi stringe la mano e mi chiede di seguirlo.
Arriviamo nella locale sede di un noto sindacato, ci sistemiamo nella sala delle riunioni e il Bolscevico inizia a raccontarmi la sua storia.
Quarantanove anni di cui gli ultimi trentaquattro passati a lavorare in varie realtà della zona. Il primo lavoro che ha svolto fu quello di operaio in una fabbrica di ceramica che da un giorno all'altro i lavoratori trovarono chiusa: i proprietari avevano delocalizzato l'azienda e smontato tutti i macchinari nel giro di un fine settimana all'insaputa dei lavoratori. È durante questa occasione che il Bolscevico entrò in contatto con il sindacato. Poi è stato muratore, imbianchino e, infine, alla fine degli anni Ottanta, operaio nel locale stabilimento Fiat. Nel frattempo, ha affiancato alla sua attività sindacale anche l'impegno politico nei partiti della sinistra. In fabbrica ha lavorato per circa venticinque anni in vari reparti della linea di montaggio e, a causa del suo impegno politico-sindacale e della “pericolosità” della sua attività di rappresentante dei lavoratori, è stato sempre spostato da un reparto all'altro per evitare che riuscisse a creare uno zoccolo duro di contestazione nei confronti dell'azienda. Come lui stesso racconta: «In questi anni mi sono alternato nel... i primi anni ero alla parte meccanica e c'era un reparto che si chiamava la giostra. C'erano due linee praticamente: una che camminava sotto, con i motori, noi l'alzavamo dalla scocca che veniva sopra. Eravamo chiamati i minatori del... perché era un posto schifosissimo dove tu assemblavi motori, tutta la parte sotto-scocca della macchina. Poi negli anni ho cambiato vari reparti, sono stato in verniciatura sempre in catena di montaggio, poi in lastratura in catena di montaggio, poi sono tornato di nuovo al montaggio mi sono alternato sempre anche... » «Sempre sulla linea?» «Sì, perché io ero anche un soggetto scomodo per l'azienda per il fatto che ho sempre militato in politica, nel sindacato e quindi rompevo un po' i coglioni e quindi mi emarginavano, mi cambiavano spesso di squadra».
Il Bolscevico, però, prima di essere un militante politico, un attivista sindacale e un operaio della Fiat, almeno fino al prossimo 31 dicembre, è anche un uomo pieno di ricordi legati al passato e al luogo in cui sorge lo stabilimento. «Io nasvivi nto '63, me patri o '70 trasiu a Fiat e noi abbiamo avuto, come si dice, un innalzamento sociale... me patri di ncampagna vineva, nuatri pani e cipudda maciavamu va. Me patri trasiu a Fiat e allora gli stipendi si aggiravano intorno alle 100.000 lire al mese; un impiegato in banca nni pigghiava 80. Me patri s'accattò televisioni, lavabiancheria, frigorifero. A televisioni, nno quartieri, l'aviamu sulu nuatri e i cristiani si virevanu a televisioni e i partiti dintra a me casa, ca pariamu a o stadiu... Per farti capire che, la gente come me, che ha avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat, picchì a Fiat ti ha consentito di fariti na casa, me patri s'accattò l'850 che allora, l'850 era... chi t'ha diri, un Mercedes di ora... si caminava ca Topolina, ca 600, insomma era un machinuni. Perciò hai avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat... Minchia, regali ai picciriddi, pi Natali, circhi, cinema... cose alla grande, perciò la mia generazione, che è cresciuta con questa fase, gli anni '70, gli anni '80, unni a Fiat ca a Termini era tutto. Minchia, guai ai cristiani ca ci tuccavi... parravi mali da Fiat? Minchia, c'avi a fari... na santa inquisizione, nna cruci e t'abbruciavano: o rogo ti mittevano»1.
Rendere l'idea di un luogo di lavoro scevro da problemi, conflitti, ingiustizie e lotte è fuorviante e la romanticizzazione di un lavoro come quello di fabbrica non è per nulla la mia intenzione, ma credo che se si voglia capire la questione della vertenza Fiat di Termini Imerese, come di qualsiasi altra vertenza, è necessario cercare di inquadrare la questione tenendo conto delle varie posizioni e istanze dei soggetti che sono coinvolti nella stessa vertenza.
Il Bolscevico, così come molti altri lavoratori dello stabilimento, ha conosciuto senza ombra di dubbio quello che lo stesso informatore definisce come un innalzamento sociale, cioè un miglioramento delle condizioni economiche, sociali ed esistenziali grazie all'arrivo della Fiat nel territorio termitano. In questo senso è possibile affermare che lo stabilimento di automobili è stato un luogo che, grazie alla sua funzione di produzione materiale, è riuscito a creare un certo grado di benessere. Quest'ultimo si è palesato con l'arrivo degli elettrodomestici, delle automobili e con la creazione di reti sociali diverse rispetto a quelle che si esperivano e si esercitavano in un contesto di tipo non industriale2. Ma tali elettrodomestici, oltre ad essere degli strumenti di uso quotidiano, erano anche dei simboli da ostentare, davanti alla propria comunità, del proprio innalzamento sociale. Ed è a questo punto che la fabbrica da luogo dove si producono merci, diventa luogo in cui si producono simboli e diventa simbolo essa stessa: di un innalzamento sociale, di un benessere economico, di una soddisfazione personale.
È facile immaginare, a questo punto, cosa è potuto accadere con la chiusura e la conseguenza dismissione dello stabilimento Fiat. Quando, verso la fine della nostra conversazione, chiedo al Bolscevico cosa fa in questo momento è così che mi risponde: «Ma veramente non lo so cosa faccio, picchì mancu u sindacalista fici chiù».
Il Bolscevico: un uomo di mezza età che ha percorso il cammino di ascesa spianato dalla Fiat, che ha sempre trovato nell'attività politico-sindacale un modo per essere partecipe all'interno della propria comunità e un tratto identitario forte tanto da fargli guadagnare il suo soprannome, nella fase di dismissione attuale, non sa più cosa sta facendo. Si trova smarrito a fare i conti con uno stabilimento in dismissione che fino qualche anno fa era il simbolo di un benessere difficile, faticoso, ma possibile e ora è l'emblema di un futuro sospeso, incerto e smarrito ancora tutto da digerire, metabolizzare, rifare.

1«Io sono nato nel '63, mio padre nel '70 è entrato in Fiat e noi abbiamo avuto, come si dice, un innalzamento sociale... mio padre dalla campagna veniva, noi mangiavamo pane e cipolla. Mio padre è entrato in Fiat e allora gli stipendi si aggiravano intorno alle 100.000 lire al mese; un impiegato in banca ne guadagnava 80. mio padre si è comprato la televisione, la lavabiancheria, il frigorifero. La televisione, nel quartiere, ce l'avevamo solo noi e le persone guardavano la televisione e le partite a casa mia, che sembravamo allo stadio... Per farti capire che, la gente come me, che ha avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat, perché la Fiat ti ha consentito di farti una casa, mio padre si è comprato la 850 che allora, la 850, era... che ti posso dire, un Mercedes di ora... si camminava sulla Topolina, con la 600, insomma era un macchinone. Perciò hai avuto questo innalzamento sociale grazie alla Fiat... Minchia, regali ai bambini, per Natale, circhi, cinema... cose alla grande, perciò la mia generazione, che è cresciuta con questa fase, gli anni '70, gli anni '80, dove la Fiat qui a Termini era tutto. Minchia, guai alle persone che ci toccavano... palavi male della Fiat? Minchia, cosa doveva fare... una santa inquisizione, sulla croce e ti bruciavano: al rogo ti mettevano».
2È il caso, per esempio, delle riunioni di vicinato per guardare la televisione.

venerdì 20 settembre 2013

La pesante soggettività dell'etnologo

In un testo del 1957, Georges Balandier scriveva:

Se moi est haïssable, occorre fare eccezione per l'etnologo. Egli deve collocare la propria testimonianza, che procede non tanto da una tecnica esperta quanto da molteplici interferenze fra la civiltà osservata e il suo osservatore. Il suo lavoro sul campo implica un'estrema sensibilità, un continuo sforzo di adattamento. È anche necessario ch'egli scopra se stesso nel momento stesso in cui studia i risultati della sua ricerca (Balandier G., 1957, Afrique ambigüe, Parigi: 14-15).

Quello che segue è un altro stralcio del mio diario di campo in cui tento di riflettere sulle dinamiche di fabbrica e su come queste avvolgono e fagocitino il ricercatore. Questo graduale assorbimento, unitamente alla fase di analisi dei proprio dati e del proprio ruolo nel contesto di campo, permettono di mettere in luce aspetti del carattere del ricercatore che in altri contesti non sarebbero mai potuti emergere. In questo modo è anche possibile evidenziare le dinamiche che si instaurano fra osservatore e osservato, fondamentali per un processo di conoscenza come quello etnoantropologico in cui il laboratorio empirico è lo scorrere incessante e frenetico della stessa vita.

Torino, 10/08/2013
Comincio a codificare sempre di più le dinamiche che agitano la fabbrica e a rimanerne imbrigliato, mio malgrado. Ci sono giorni che non riesco tollerare la pesantezza dei discorsi dei miei colleghi, che vertono sempre sulla nostra condizione precaria, sugli abusi e i soprusi che siamo costretti a ingoiare. Pensare a tutto questo, soprattutto quando sono stanco, mi destabilizza.
Il fatto che riesca a codificare quelle dinamiche implica che anche io comincio a farne parte, a rimanere imbrigliato nel movimento, sempre diverso e sempre uguale, provocato dallo scontro/incontro dei soggetti in società. Ho notato di avere due modi di base con cui rapportarmi agli altri, in questa situazione: il primo è simpatico e scapestrato e il secondo, all’estremo opposto, è schivo e defilato.
Nel primo caso, durante i pochi minuti di pausa tendo a raccontare aneddoti divertenti della mia vita. Spesso faccio questo in siciliano, anche se molte parole qui non vengono capite. In questo caso il mio modo per intrattenere una relazione con l’altro passa attraverso le risate e l’ilarità: mostrarmi come un ragazzo leale, ma che conosce il mondo e sa il fatto suo. Utilizzo il siciliano e mi sono reso conto che, nella cerchia di torinesi che frequento, questo dialetto è percepito come ilare e, volendo esagerare, “esotico”. Dal mio punto di vista, questo dialetto è stato da sempre il mio primo approccio al mondo, la lingua che mi identifica, non per una questione di orgoglio posticcio e mieloso o di fierezza meridionalista che non mi appartiene. Ma perché questo dialetto è il mio strumento primo e di base con cui sono cresciuto e tramite cui ho imparato a conoscere e discretizzare il mondo. Wittgenstein ha scritto che: «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo» intendendo in questo mondo che i fatti che accadono producono altri fatti in una serie infinita, ma ciò che rimane finito, e che quindi rappresenta il confine del mondo di ognuno di noi, è la nostra lingua; il modo con cui noi discretizziamo il mondo: il siciliano è stato il mio primo limite del mondo e quello da cui riparto ogni volta che posso; ogni volta che sento l'inconscia necessità di avere un punto fermo.
Il secondo modo di approcciarmi agli altri è molto più ruvido e aggressivo. Tendo a emarginarmi e a ricercare scampoli solitudine. In questi casi, il silenzio è il mio primo attrezzo di comunicazione e, se proprio devo parlare, di solito li faccio per mandare a quel paese qualcuno.
È strano vedere come dei modi del tuo essere con cui hai convissuto per tutta una vita emergano in una situazione del tutto nuova, in cui nessuno ti conosce, sa come eri prima e come sei adesso: una situazione in cui i punti fermi te li devi cercare da solo.
Cosa rimane quando tutto è lontano? Quando ti guardi nudo allo specchio? Rimane ciò che sei veramente, ciò che hai imparato a essere e rimangono i tuoi modi di essere-nel-mondo che, come punti luminosi lungo un percorso oscuro, indicano la via da seguire.

lunedì 16 settembre 2013

Il concetto di deindustrializzazione in antropologia


Spesso, nei post precedenti, ho utilizzato il termine deindustrializzazione. Credo, adesso, che sia arrivato il momento di chiarire cosa intendo con tale termine e il valore che esso può avere all’interno degli studi di antropologia.
La parola deindustrializzazione è entrata nel linguaggio comune abbastanza recentemente e si è diffusa nel periodo dell’attuale crisi economica. Ciò, tuttavia, non significa che i processi di chiusura delle fabbriche e la crisi del settore manifatturiero siano apparsi nella storia del mondo altrettanto recentemente o partire dal 2009 né, tantomeno, che gli antropologi non si siano mai occupati di indagare quelle realtà che da una fase di espansione e di sviluppo industriale si sono trasformate in altro.
Uno dei primi testi a trattare degli effetti sociali della chiusura di alcune realtà di tipo industriale è quello dato alle stampe da Jahoda, Lazarsfeld e Zeisel (2002 [I ed. 1933]). Il testo tratta delle condizioni socio-economiche ed esistenziali di alcuni disoccupati nella città di Marienthal, a seguito della chiusura delle miniere e delle fabbriche locali determinata dalla crisi economica del 1929. Il testo, che per alcuni anni è circolato in forma anonima per permettere ai suoi autori di sfuggire alla repressione nazista, è ormai considerato un classico delle scienze sociali. In esso gli autori, analizzano i disoccupati di lunga durata della cittadina austriaca partendo da valutazioni di tipo sociologico (quante volte a settimana i disoccupati riescono ad avere un pasto completo, i tipi di vestiti posseduti e il loro stato, le abitudini intellettuali ecc.). Tuttavia, questo saggio acquista un valore importante per gli studi dell’antropologia contemporanea, grazie all’analisi di alcuni elementi quali la concezione e la percezione dello scorrere del tempo dei disoccupati locali e il verificarsi di un certo numero di trasformazioni nelle dinamiche di potere fra generi.
Un altro testo fondamentale nella questione della deindustrializzazione, nell’ambito degli studi di scienze sociali, è Expectations of Modernity: Myths and Meanings of Urban Life on the Zambian Copperbelt (1999) di James Ferguson. In questo testo, l’antropologo americano, attraverso l’analisi della vicenda di tredici ex-minatori, analizza i processi di deindustrializzazione e del ritorno a un’economia di sussistenza basata principalmente sull’agricoltura. Ferguson è forse il primo a notare, nell’ambito degli studi di scienze sociali, il fatto che se da un lato la globalizzazione economica e, solo in un secondo momento culturale, ha messo in connessione paesi anche molto lontani fra loro. Tale processo ha anche prodotto, come afferma lo stesso Ferguson, tutta una serie di disconnessioni di altre zone geografiche che, con l’apertura di nuovi mercati e di nuovi flussi economici, hanno perso la loro importanza politica ed economica provocando tutta una serie di profonde trasformazioni socio-culturali.
Un altro testo che, sebbene affronti la questione della disoccupazione, tratta il tema della deindustrializzazione in maniera collaterale, è il testo di Leo Howe, Being unemployed in Northern Ireland. An ethnographic study (1990). Qui l’autore affronta la questione della disoccupazione e delle strategie per fare fronte a questa condizione nelle comunità cattoliche e protestanti dei suburbi di Belfast. Il testo è molto interessante per le modalità di ricerca dell’autore, il quale frequenta sia le due comunità religiose sia gli uffici delle agenzie per il lavoro. In questa situazione ciò che emerge, in estrema sintesi, è come per la prima volta lo stato di disoccupazione sia analizzato, grazie al rapporto con gli informatori, non come semplicemente una condizione economica, ma come una questione simbolica correlata sia al proprio sostrato sociale, sia alla percezione e all’etica del lavoro derivante dalle due confessioni religiose cui fanno riferimento gli informatori.
Infine un altro testo interessante è A view from Federal Hill (2001: 246-249), dove per la prima volta, attraverso la vicenda della città di Baltimora, la deindustrializzazione e la conseguente finanziarizzazione dell’economia locale sono trattate non come un caso isolato, bensì come un processo caratteristico di tutti quei paesi che presentano un avanzato stato d’industrializzazione1.
Tali testi dimostrano come la deindustrializzazione, presente, almeno nella storia dell’Occidente, già dai primi del Novecento, abbia assunto gradualmente i caratteri di un processo strutturale che, tuttavia, si è reso pienamente visibile solo con l’esplodere della crisi economica attuale2. La deindustrializzazione rappresenta, quindi, un profondo mutamento che si ripercuote sulla struttura sociale e sulle pratiche comunitarie e simboliche.
L’immediato risultato di tale mutamento è, al livello sociale, l’insorgere di uno stato di precarietà che logora le tradizionali pratiche sociali, politiche, economiche ed esistenziali che fino a qualche anno fa si ritenevano fondamentali della nostra società3.
Luciano Gallino, che di flessibilizzazione e di precarietà si è occupato in diversi testi, scrive:

Il tratto che accomuna gran parte dei lavoratori flessibili è appunto il loro essere precari, predicato che – a rigor di dizionario – riassume due cose. Anzitutto l’essere in varia guisa, codesti lavori, e da diversi punti di vista, insicuri, temporanei soggetti a revoca, senza garanzia di durata, fugaci. In secondo luogo, come dice bene l’etimo del termine “precario”, sono lavori che bisogna pregare per ottenere […]. Il senso della precarietà dell’occupazione, la consapevolezza che, per quanto bene uno svolga il proprio lavoro, la durata e la qualità della sua occupazione non ne saranno quasi mai positivamente influenzate, più l’umiliazione di dover pregare qualcuno per continuare a lavorare, rientrano tra gli oneri che gli addetti a lavori flessibili collocano non solo tra i più pesanti ma pure tra i più sgradevoli (Gallino, 2012: 126-127).

Se questa rappresenta un’immagine di massima degli attuali precari italiani, soprattutto nell’ambito di una progressiva deindustrializzazione e di una terziarizzazione dell’economia sempre più avanzata, è Guy Standing che fornisce una definizione dell’attuale classe precaria:

Quel che manca ai precari, oltre la sicurezza lavorativa e il reddito sociale, è l'identità professionale. Quando vengono assunti, occupano posti che non danno prospettive di carriera, per cui non vi è una tradizione o una memoria condivisa e non si prova la sensazione di appartenere a una comunità occupazionale inquadrata in pratiche consolidate, con codici e norme di comportamento e rapporti di reciprocità e fraternità. Il lavoratore precario non si sente integrato in una collettività lavorativa solidale. Ciò accresce il senso di alienazione e strumentalizzazione nell'assolvimento del proprio compito. [...] Al precariato manca una identità professionale, sebbene alcuni una qualifica ce l'abbiano, mentre altri rispondono a titoli alla moda e improbabili (Standing 2012: 29-30).

Alla luce di quanto appena detto, quindi la questione della deindustrializzazione e delle sue implicazioni sociali, prima di tutto quella del precariato, rappresentano una delle sfide che la contemporaneità lancia all’antropologia. Compito di questa, a mio avviso, deve essere cogliere quella sfida e analizzare realmente e tenacemente le mutazioni, le dinamiche e i conflitti che un tale stato precario, deindustrializzato pone alla scienza antropologica al fine di contribuire a un’analisi e a una comprensione di tali dinamiche che esuli da interpretazioni di comodo o capziose.

Riferimenti bibliografici
Ferguson J., 1999, Expectations of Modernity: Myths and Meanings of Urban Life on the Zambian Copperbelt, University of California Press, Berkeley-Calif.
Gallino L. 2012, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari.
Harvey D., 2001, A view from Federal Hill, in id. Spaces of capital. Towards a critical geography, Routledge, New York, pp. 246-249.
Howe L., 1990, Being unemployed in Northern Ireland. An ethnographic study, Cambridge University Press, New York.
Jahoda M., Lazarsfeld P. F., Zeisel H., 2002, Marienthal. The Sociography o fan Unemployed Community, Tranzaction Publishers, New Bruswick-London (ed. or. 1933, Die Arbeitslosen von Marienthal. Ein soziographischer Versuch über die Wirkungen langandauernder Arbeitslosigkeit, Hirzel, Leipzig).
Standing G., 2012, Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino, Bologna (ed. or. 2011, The Precariat: The new dangerous class, Bloomsbury Academic, London-New York).

1La presente rassegna di testi non ha nessuna pretesa di esaustività. Solo per fare qualche esempio, rimangono fuori da tale rassegna testi del calibro di Made in Sheffield. An ethnography of industrial work and politics (2009) Massimiliano Mollona e Industrial work and life. An Anthropological reader (2009) curato dallo stesso Mollona, De Neeve e Parry. Questi testi, tuttavia, unitamente a quelli in precedenza citati rappresentano dei punti di partenza da cui è possibile estrapolare le principali tematiche riguardanti la deindustrializzazione attuale.



2A supporto di tale ipotesi è possibile citare le elaborazioni dell’agenzia giornalistica Adnkronos sui dati Istat. Secondo tale agenzia, negli ultimi dieci anni (2002-2012) la produzione industriale italiana è calata del 17,8%. Cfr. http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Produzione-industriale-in-caduta-libera--178-negli-ultimi-dieci-anni_32462252936.html



3Il processo di precarietà e di precarizzazione dei lavoratori italiani risulta evidente dai dati Istat sull’andamento del mondo del lavoro. Come rileva, infatti, il Rapporto Istat 2013: «Nell’industria in senso stretto, la riduzione dell’occupazione complessiva è stata relativamente marcata sia in termini di forze di lavoro (-1,8 per cento), sia in termini di Ula (-1,9 per cento). […]La diminuzione dell’occupazione totale ha coinvolto sia gli occupati dipendenti (-0,2 per cento la variazione media del 2012), sia gli indipendenti (-0,7 per cento) (Tavola 1.10). Tra i dipendenti, a fronte di una caduta degli occupati a tempo indeterminato (-0,7 per cento) si è verificata una crescita degli occupati a termine (3,1 per cento); inoltre, alla riduzione dell’occupazione dipendente a tempo pieno (-2,1 per cento), ha corrisposto l’aumento di quella a tempo parziale (4,1 per cento)» (Istat, 2013: 37-38).


sabato 7 settembre 2013

Processi di deindustrializzazione a confronto: il caso delle OGR e della Fiat di Termini Imerese

La gente è in fila davanti ai cancelli. Degli uomini con le giacche giallo-fosforescenti controllano le borse di chi entra per assicurarsi che all’interno non ci siano bottiglie di liquori. Alcune ragazze, anche queste con le giacche giallo-fosforescenti, sono ferme accanto a scatole con una fessura sulla parte superiore e chiedono una piccola offerta. Francesco M. ed io, due operai precari, senza memoria e con un futuro perso in un vago quanto impacciato “vedremo”, varchiamo i cancelli e davanti a noi si apre un grande cortile con ghiaia rossa e, proprio al centro, una passerella bianca e nera, che attraversa il cortile in tutta la sua lunghezza. A destra quello che fu il reparto Fonderie e Fucine: uno spazio immenso a tre navate su cui è installato un palco e, a sinistra di questo, angoli ristoro dove è possibile comprare panini e birre a buon mercato. Passiamo oltre. Di fronte a noi adesso si apre una specie di hall con stand in cui è possibile acquistare t-shirt, libri, cd musicali. A sinistra della hall uno spazio diviso da mura bianche su cui sono appesi quadri di arte contemporanea e, alla fine delle mura, un altro palco. A sinistra un’altra grande ala, la sala delle macchine, dove si trovano foto di cantanti famosi e in fondo al salone, un cantante, in carne e ossa, si presta all’occhio scrutatore del fotografo: appostato contro il muro, assume posizioni innaturali e sembra, in fondo, voler sfuggire a quella fucilazione digitale. Ecco cosa sono oggi le Officine Grandi Riparazioni. Uno spazio restituito alla città di Torino. Uno spazio che, in qualche modo, ha creato una buona parte di quello spazio cittadino.
Le OGR, infatti, furono costruite nel 1884 in quella che allora era una zona che si trovava al di fuori delle mura cittadine. Inserite in un piano urbanistico che vide la costruzione, in quel periodo, delle Carceri Le Nuove (oggi museo del carcere), del nuovo mattatoio comunale e, di tutta una serie di industrie grandi e piccole, le officine, di proprietà delle ferrovie dello stato, furono il primo grande emblema dell’industrializzazione torinese nascente. Con i loro 190.000 metri quadrati di superficie, esse rappresentarono anche il centro dello sviluppo di un nuovo quartiere, Borgo San Paolo, dove la maggior parte degli operai che lavoravano nella zona andò a vivere.
Questi operai rappresentavano, in qualche modo, l’aristocrazia dei lavoratori. Entrare, infatti, alle OGR non era facile. Per essere assunti la direzione ferroviaria[1] chiedeva agli aspiranti lavoratori di costruire il “capolavoro”: un attrezzo, o un marchingegno, o, infine, un ingranaggio di alta precisione che rappresentasse in qualche modo l’apice della capacità artigianale dell’operaio. Borgo San Paolo divenne anche, proprio per la sua composizione operaia di alta specializzazione, un centro dove le idee dell’allora nascente socialismo attecchirono facilmente. È qui, solo per fare un esempio, che il giovane studente Antonio Gramsci cominciò il suo percorso di dirigente politico o, ancora, è sempre questo borgo, fatto di lavoratori con una consapevolezza profonda e radicata del proprio ruolo e della propria responsabilità sociale, politica e civile, a dare un contributo fondamentale alla resistenza contro i nazisti.
La storia delle Officine Grandi Riparazioni, dove una carrozza o una locomotiva mal messa e vecchia ne poteva uscire completamente rinnovata, dura 105 anni. All’inizio degli anni Novanta, infatti, l’Italia è cambiata. Si decide che i treni è meglio comprarli nuovi piuttosto che ripararli. O è meglio buttarli in qualche binario morto e non sostituirli per niente. Gli italiani utilizzano sempre di più altri mezzi di trasporto e i lavoratori cominciano il loro grande esodo verso lidi politici che qualche anno prima sarebbero stati impensabili.
Anche l’economia di un’intera nazione cambia. Torino e la vicenda delle OGR rappresentano, in questo senso, fra i primi segni che gli italiani si sono stancati dell’industria, della fatica e della sporcizia che si cela nei ventri di cemento e acciaio di quelle cattedrali rumorose. È necessario fare altro ed è così che in un primo momento si decide di demolire le Officine e, invece, dopo si pensa di restituire quello spazio immenso alla cittadinanza, uno spazio che da luogo di produzione industriale diventa luogo di produzione culturale o, meglio, d’industria culturale.
Casi come quello delle Officine Grandi Riparazioni, in cui un’attività industriale è dismessa per fare posto a un’attività legata alla cultura o ai servizi, si potrebbero citare a centinaia. La tonnara di Favignana, per esempio, dove oggi è possibile assistere a mostre, spettacoli, concerti, proiezioni di film e così via. O, ancora, le ex Fonderie Reali di Palermo, dove oggi si celebrano i matrimoni civili: un luogo, quindi, dove ieri si fondevano metalli e oggi vite.
In un bel saggio del 1992, A view from Federal Hill, David Harvey analizzava i cambiamenti socio-culturali e spaziali intervenuti nella città di Baltimora a cominciare dal periodo post-bellico fino ai primi anni Novanta. In questo saggio Harvey rileva che l’economia della città americana si è trasformata da un’economia industriale a una di servizi e di finanza. Questo è un processo che negli ultimi anni ha investito l’intero comparto industriale e politico. Attualmente non c’è cittadina industrializzata e, allo stato attuale deindustrializzata, che non voglia riconvertire il proprio polo industriale dismesso in qualche altra attività di servizio, o turistico, o culturale. Nel post Il PresidenteCrocetta e la mitopoesi del dopo-Fiat siciliano, ho messo in evidenza il fatto che la proposta di reindustrializzazione del sito automobilistico siciliano del governo regionale è fallace e, almeno, nella fase attuale, irrealizzata. Tale proposta ha creato malumori fra gli operai anche, ma naturalmente non solo, perché toglie la possibilità alla popolazione locale di rimodulare la memoria e l’identità di cui la fabbrica Fiat dismessa, volenti o nolenti, è il simbolo.
Ciò che intendo dire è che, casi come quello delle OGR, all’interno delle quali oggi sono organizzate mostre e concerti musicali di cantanti famosi, per essere attualizzati e messi in opera richiedono il loro tempo. La comunità deve fare i conti con se stessa guardarsi in faccia attraverso quel simbolo, capire cosa farne.
Nel caso di Termini Imerese, invece, questo tempo sta mancando. Non c’è più tempo di aspettare che la Fiat o gli Enti locali decidano cosa fare dello stabilimento e degli operai perché il 31 dicembre questi saranno definitivamente licenziati. Non c’è ancora il tempo di pensare una riconfigurazione dello stabilimento poiché, ancora oggi, molti degli operai e degli abitanti credono e sperano che presto si risveglieranno dall’incubo della chiusura della fabbrica, indosseranno ancora la tuta da lavoro e varcheranno i cancelli come se nulla fosse.
Se nel caso delle OGR è possibile parlare di rimodulazione spaziale e simbolica abbastanza riuscita, ma, è bene dirlo, anche economicamente e produttivamente marginale rispetto a quando qui si riparavano i treni; nel caso della Fiat di Termini Imerese la fabbrica e lo spazio fisico occupato da essa sono ancora troppo presenti nel panorama immaginario locale, troppo pesanti e troppo vicini per pensare a una rimodulazione radicale. E se lo spazio, in questo caso, è troppo pesante, è troppo denso, la percezione temporale inevitabilmente ne subisce i contraccolpi tranciandone di netto la proiezione e la profondità storica: un tempo accartocciato su se stesso e cieco, elemento costitutivo principale dell’attuale condizione precaria.



[1] Per dire dell’importanza delle Officine Grandi Riparazioni, basti soltanto ricordare che nei primissimi anni di attività esse furono affidate alla direzione dell’ingegnere Germano Sommeiller, l’inventore della perforatrice ad aria compressa, utilizzata nel traforo del Frejus, e il costruttore della strada ferrata Torino-Genova.

sabato 31 agosto 2013

Il Presidente Crocetta e la mitopoiesi del dopo-Fiat siciliano

Il primo dicembre 2011 le organizzazioni sociali, il gruppo Fiat e DR motor, alla presenza dell’allora ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera e del ministro del Lavoro Elsa Fornero, hanno firmato un accordo in cui si prevedeva: la cassa integrazione ordinaria per i 1312 dipendenti dello stabilimento Fiat di Termini Imerese; la mobilità per 640 operai che avevano i requisiti necessari per essere “accompagnati” alla pensione e l’insediamento sul sito industriale siciliano dell’azienda Dr Motor rappresentata da Massimo Di Risio che, nel corso del 2012 avrebbe dovuto rilevare lo stabilimento termitano e far partire gli investimenti per il rilancio della fabbrica e per il reimpiego degli ex-operai Fiat. Tuttavia, nei primi mesi del 2012, a parte la cassa integrazione ordinaria, nulla era ancora stato messo in opera. Per quanto riguarda i 640 operai che sarebbero dovuti andare in pensione, questi con la nuova legge sulle pensioni vennero trasformati in esodati, un nuovo termine coniato dal ministro Fornero per indicare, in estrema sintesi, tutti coloro che hanno perso il lavoro e che non hanno i requisiti minimi per andare in pensione[1]. Inoltre, sin dai primi mesi dall’accordo è chiaro a tutti che Massimo Di Risio, in un primo momento individuato dall’agenzia governativa Invitalia come sostituto investitore affidabile, non ha la disponibilità economica per fare fronte al rilevamento del sito industriale.
È nell’aprile del 2012 che i sindacati locali cominciano a mobilitarsi per fare in modo che l’accordo firmato sia rispettato. Il 30 aprile, in particolare, le associazioni sindacali organizzano uno sciopero generale che diventa la prima occasione pubblica per spiegare ai lavoratori e ai cittadini qual è la situazione reale della vertenza Fiat. Il primo maggio si dà vita a una manifestazione in cui viene rinominato il viale antistante allo stabilimento automobilistico locale[2]. Infine, per tutto il mese di maggio si susseguono manifestazioni volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, la classe politica e tutti gli organi ed enti competenti.
Tuttavia, il momento politico non è dei migliori. Al governo nazionale, infatti, è insediato il governo dei tecnici, impegnati principalmente a tagliare la spesa pubblica e ad aumentare la pressione fiscale; al governo nazionale Raffaele Lombardo è costretto ad affrontare una situazione economica regionale disastrosa, le indagini da parte dei magistrati e, come se non bastasse, un mandato in scadenza e difficilmente rinnovabile da parte dell’elettorato. In altre parole, si verifica una vacanza d’interlocutori politici che fa perdere rilevanza nazionale e, cosa più importante, tempo a tutti coloro che si occupano della vertenza Fiat.
Finalmente, però, a ottobre vi sono le elezioni regionali e in scena fa la sua comparsa Rosario Crocetta e il suo modello Sicilia, la sua rivoluzione. Il neo-Presidente siciliano, già negli ultimi mesi del 2012, convoca dei tavoli tecnici per illustrare le sue intenzioni nei confronti dello stabilimento Fiat in dismissione e dei lavoratori che vedono sempre più vicino il pericolo del licenziamento.
Vi è un’imprecisione, a questo punto, da chiarire: è vero che Crocetta convoca i tavoli, tuttavia quasi mai è presente alle riunioni per “improrogabili impegni istituzionali”. Ad ogni modo sembra che il Governo regionale, nei primi mesi del 2013, abbia preso in seria considerazione la vertenza Fiat di Termini Imerese. Si pensa, infatti, a bandi pubblici per sondare il modo imprenditoriale al livello internazionale, si pensa a un possibile investitore cinese e, a questo punto, si fa un passo falso che indica la difficoltà del governo regionale a dare una svolta decisiva alla questione: si comincia a parlare nuovamente di affidare il rilancio industriale della fabbrica automobilistica a Di Risio e alla sua DR motor, che, lo ripeto, era stata dichiarata economicamente inaffidabile anche dalle banche che avrebbero dovuto prestare il denaro necessario agli investimenti in Sicilia.
A questo punto i sindacati e i lavoratori, esasperati e sempre più ansiosi di vedere una certezza nel loro prossimo futuro, scendono nuovamente in piazza. È il 5 aprile quando è organizzato un corteo improvvisato che attraversa il centro di Palermo e termina in Piazza Indipendenza, dove ha sede il palazzo della Presidenza della Regione. L’obiettivo è incontrare il Presidente Crocetta. La mattina trascorre a urlare slogan contro il governo regionale e la Fiat, e un lanciare uova contro il palazzo della Presidenza, ma si conclude con un momentaneo nulla di fatto. Momentaneo perché quello stesso pomeriggio i delegati dei principali sindacati locali ricevono una comunicazione da parte dell’ufficio di Presidenza con cui si fissa una riunione per le 15,00 di lunedì 8 aprile.
Dopo una lunga attesa, arriva il giorno della riunione, i rappresentati sindacali entrano nel palazzo della Presidenza e iniziano l’incontro con Rosario Crocetta. È in quest’occasione che il Presidente siciliano annuncia che la Regione è in contatto con tre grosse aziende che hanno l’intenzione di investire a Termini Imerese. È con le seguenti parole che il Presidente annuncia la notizia e tenta di delucidare la situazione:

Però in atto, noi qualcosa l’abbiamo fatta. Non all’interno, preciso subito, non all’interno dello stabilimento Fiat, ma all’interno dell’area di Termini Imerese che, in termini di occupazione, equivarrebbe ai due terzi dei lavoratori attualmente occupati nell’area di Termini Imerese. Si tratterebbe di un impianto di biocarburanti, che verrebbe prodotto non con prodotti alimentari, quindi non… non renderebbe, diciamo… non depaupererebbe la natura, ma i materiali di scarso rilievo dal punto di vista agricolo, come potrebbero essere le canne, le cose, fra l’altro noi lì… che occuperebbe circa 300 persone, più un indotto, che è di tipo agricolo che ovviamente non interesserebbe i lavoratori Fiat e che io avrei… I lavoratori di tipo industriale, perché non voglio usare, come dire… Che potrebbe interessare anche molto il settore della forestazione. Noi abbiamo pensato di agevolare l’insediamento dell’impresa: abbiamo assicurato una rapida, diciamo, approvazione della pratica una… e anche il fatto che noi avremmo identificato, come Regione, una serie di arie nostre, non coltivate, che potrebbero essere destinate a questo attraverso l’impiego dei lavoratori forestali, per cui l’impatto che noi potremmo avere potrebbe essere più comprensivo, in termini occupazionali regionali. Da un lato avremmo la prospettiva dei lavoratori dell’industria, dall’altro l’amu a finiri cu sta storia che i forestali un travagghianu, che non sono produttivi etc. etc. Un altro impianto, nel campo della produzione energetica, sempre con base biologica, quindi a inquinamento zero, cioè interverremmo in questa area con impianti di totale rispetto ambientale e, quindi in qualche modo, che non farebbero a pugni con la vocazione turistica che ha quel territorio, di rispetto anche della natura e che utilizzerebbe sostanze, biomasse di tipo non alimentare, che potremmo applicare con la stessa formula. E quindi mi sembra una sessione di lavoro veramente notevole e intelligente, che metterebbe in campo due cose: non ci sarebbe l’indotto casuale, ma un indotto programmato in cui finalmente optiamo e troviamo anche i soldi per pagare questi lavoratori che vengono dalla de-forestazione probabilmente daremmo un lavoro stabile anche a loro. L’altra impresa era un’impresa nell’ambito dei motori a gas. In pratica loro vorrebbero dei ticket pre-elaborati, pronti per essere istallati soprattutto per grandi motori, motori ... camion, trattori, ma anche automobili etc. etc. che verrebbero prodotti come ticket che, volendo, si possono anche istallare nel territorio, ma capite bene, siccome uno degli obiettivi sarà quello della esportazione, alcuni di questi ticket verrebbero ovviamente esportati e poi installati in officine collegate in altre regioni. Loro si propongono, con questa cosa, il mercato del Sud Italia. Queste, per il momento, sarebbero le tre proposte produttive che ci arrivano e che occuperebbero circa 750 persone. Quindi noi ci troveremmo già attualmente a una occupazione stimata fra le 650 e 700 persone che potrebbero, alcuni progetti, potrebbero partire entro la fine di maggio. E che, in ogni caso, anche se non risolvessero… sono tutti fuori dallo stabilimento Fiat e che non abbiamo accettato, fino ad oggi, in altre aree.

      Il governo regionale, quindi, nella persona del suo Presidente, annuncia che per Termini Imerese avrebbe prospettato l’ingresso di tre diverse aziende: due dovrebbero produrre biocarburanti ecologici e una terza un non meglio specificato ticket per motori a gas. Nel passo appena citato, Crocetta utilizza un linguaggio etereo, indefinito, sfuggente ma, allo stesso tempo, avveniristico, immaginifico. L’estrema indeterminatezza di espressioni come: materiali di scarso rilievo dal punto di vista agricolo, come potrebbero essere le canne, le cose; oppure utilizzerebbe sostanze, biomasse di tipo non alimentare; o, infine, In pratica loro vorrebbero dei ticket pre-elaborati, pronti per essere istallati soprattutto per grandi motori, motori ... camion, trattori, ma anche automobili etc. etc. è bilanciata da termini avveniristici, dal sapore deduttivamente ipertecnologici, ma contemporaneamente legati al passato agricolo quali biomasse, biocarburanti, energia pulita. È un progetto, in altre parole, che richiama, al livello simbolico, quelli che, per usare le parole di Roland Bathes, sono i nuovi miti d’oggi (l’energia pulita, le tecnologie avanzante, il recupero e lo sfruttamento sostenibile dell’ambiente).
La vertenza Fiat e dei suoi lavoratori, però, nell’annuncio del Presidente è trattata solo di sfuggita. L’azienda del gruppo torinese, nel programma delle possibili soluzioni trovate dalla Regione Siciliana, non viene nemmeno menzionata; i lavoratori che dovrebbero, in un futuro tutt’altro che certo e definito, trovare impiego si aggirerebbero intorno a 650-700 (la metà circa degli operai, che alla data attuale ammontano a 1312) e, in ogni caso, le soluzioni prospettate non riguardato i dipendenti Fiat in cassa integrazione.
      L’annuncio che, nell’intento del Presidente e del governo regionale, doveva presumibilmente tranquillizzare i lavoratori e le organizzazioni sindacali, ha l’esatto effetto contrario perché troppo indeterminato e incerto: chi sono queste aziende? Da dove vengono? Che tipo di biocarburanti vogliono produrre e con quali risorse ambientali? Cosa c’entrano i lavoratori forestali? E i lavoratori della Fiat e dell’indotto cosa faranno? Quali sono i tempi di attuazione di un simile progetto? Tutte domande queste che, è bene dirlo, sono rimbombate a forza, masticate sotto banco, sussurrate fra le persone sedute fianco a fianco e urlate contro il Presidente siciliano e il suo entourage durante i lunghi cento minuti in cui è durata la riunione. Domande, altresì, a cui non è stata trovata una risposta che delineasse una parvenza di certezza nel futuro.
Ma non è soltanto l’indeterminatezza del progetto presentato ad avere acceso gli animi. Certo, è possibile sostenere che quello presentato da Rosario Crocetta sembra uno dei tanti progetti politici “paracadutati dall’alto”, senza nessun tipo d’interlocuzione con chi dovrebbe abitare accanto a quelle fabbriche, seppure presumibilmente ecologiche. Ma non basta ancora. Il fatto è che il Presidente Crocetta ha commesso anche l’errore di sottovalutare il valore simbolico dello spazio occupato dallo stabilimento Fiat. Nel caso di Crocetta lo stabilimento, la zona industriale e i lavoratori di Fiat e dell’indotto vengono completamente cancellati negando a tutti la possibilità di rimodulare e rifunzionalizzare lo spazio che per quarantuno anni è stato il centro e la fonte di vita e benessere per migliaia di persone del luogo.





[1] Il decreto salva-esodati in cui ci si occupa anche dei lavoratori della fabbrica siciliana è stato approvato, da parte del governo Monti, soltanto nel dicembre 2012, quindi a distanza di un anno dalla firma dell’accordo menzionato precedentemente. È inutile aggiungere, credo, che in quei mesi molte sono state le preoccupazioni e le critiche da parte dei lavoratori “esodati”.

sabato 24 agosto 2013

Corpi in fabbrica. Cibo e micro-resistenza (III parte)

Nei post precedenti (La visita medica ovvero l'assoggettamento dei corpi, Corpi in fabbrica. Assoggettamento eresistenza e Corpi in fabbrica. La femminilizzazione del lavoro e lacancellazione dell'identità sessuale), seguendo la prospettiva biopolitica di Michel Foucault, ho tentato di mostrare le modalità in cui il corpo è preso all’interno di una serie di dinamiche socio-politiche che tendono ad assoggettarlo. Tuttavia, sarebbe riduttivo sostenere che il corpo sia solo un oggetto passivo che è assoggettato dal potere capitalista e neo-capitalista. Il corpo dell’uomo in società è anche un mezzo attraverso cui esprimere il proprio dissenso e la propria contestazione[1] nei confronti di un ordine costituito che si preferirebbe migliorato, accessibile e sopportabile.
In questo senso, nel contesto sociale della Fiat di Termini Imerese, mi sembra di avere riscontrato un esempio emblematico di tale contestazione, che si palesa grazie ad uno degli atti più naturali e, allo stesso tempo, più culturali che gli uomini praticano ogni giorno: l'alimentazione.
Diversi autori hanno dimostrato come alimentarsi non sia funzionale solo ed esclusivamente alla sopravvivenza biologica degli uomini, ma anche alla produzione simbolica e alla stessa esistenza della società[2]. Attraverso le pratiche alimentari, gli uomini veicolano quella che, forse un termine abusato di questi tempi, gli antropologi identificano come l’identità di un gruppo umano. Questo processo di affermazione identitaria non consiste soltanto nell’organizzazione di sagre da parte delle istituzioni pubbliche tese a valorizzare i “prodotti tipici” di qualche remota zona geografica. Esso, a mio avviso, consiste anche, e forse soprattutto, in un atto politico, un’azione cioè che tenti di delineare gli elementi peculiari di una comunità, i suoi orizzonti di valori e i simboli comunitari al fine unificare in un solo corpo sociale la stessa comunità e di differenziarla da un’altra che si percepisce diversa e, a volte, lontana e minacciosa.
Nei primi anni della sua attività, lo stabilimento di Termini Imerese era sprovvisto di una mensa al suo interno. Il cibo che veniva dato ai suoi dipendenti era cotto e confezionato da aziende che operavano all’esterno dello stabilimento. Tale cibo, spesso di scarsa qualità, era poco apprezzato dai lavoratori, i quali, provenienti nella maggior parte dei casi da un ambiente contadino, tendevano a portare all’interno dello stabilimento i prodotti che loro stessi avevano coltivato o allevato e che diventavano gli ingredienti di un cibo preparato e consumato nella pausa pranzo da quegli stessi operai.
Le modalità d’ingresso dei prodotti e della preparazione del cibo sono, in questo caso, molto interessanti. Tali ingredienti che, lo ripeto, erano profondamente legati al sostrato culturale e sociale degli operai, entravano in fabbrica in maniera clandestina, o presumibilmente tale. La preparazione dei cibi avveniva secondo modalità complesse, soprattutto se si tiene conto del divieto di cucinare e portare alimenti dall’esterno e della rigidità con cui erano scandite le pause durante le giornate lavorative. Questa preparazione, infatti, avveniva con la collaborazione di tutti quelli che prendevano parte a questo pasto di contestazione. In pratica succedeva che, l’addetto alla preparazione dei cibi (generalmente pasta condita con i sughi più vari e succulenti come il cinghiale o il nero di seppia) si allontanava dalla propria postazione di lavoro e la sua mansione era svolta dagli altri colleghi, i quali dovevano aumentare i ritmi di lavoro già, invero, abbastanza serrati.
A detta di tutti gli informatori che hanno preso parte a tali pranzi comunitari, questi avevano lo scopo di socializzare fra operai, creare una comunità e disertare la mensa aziendale di scarsa qualità. In quest’ottica, tali cibi diventavano il simbolo di una vera e propria contestazione nei confronti della fabbrica e un modo per trasformare un gruppo di individui (i singoli operai) in una comunità (la classe operaia), creando quella che io indico come una pratica di micro-resistenza al potere omologante e alienante della dimensione industriale[3].
Naturalmente, con il passare degli anni e l’apertura della mensa aziendale (la cosiddetta “mensa fresca”), tali pratiche di contestazione si sono di gran lunghe attenuate, anche se non sono del tutto scomparse. È tuttavia significativo rilevare come, negli ultimi giorni di produzione dello stabilimento, la consuetudine di pranzare insieme ai colleghi disertando la mensa aziendale sia ricomparsa fra gli operai più giovani e appartenenti a una generazione nettamente diversa da quella in cui tali pratiche erano usuali. Per questi giovani operai, mangiare insieme voleva dire riunirsi e riconoscersi negli ultimi giorni di una comunità di lavoratori che sarebbe esplosa e si sarebbe dislocata in un territorio molto vasto. Mangiare insieme così ha lasciato il sapore forte di ciò che si è e di ciò che si è stato prima di affrontare un lungo periodo d’incertezza e precarietà professionale ed esistenziale.
Attraverso queste poche e sicuramente non esaustive battute sul cibo in fabbrica, è possibile evincere come il cibo e le pratiche alimentari abbiano avuto un ruolo importante, veicolato ancora dal corpo, nella pratica di una micro-resistenza volta, nel caso del passato, al processo di omologazione industriale e, nel caso degli ultimi giorni di attività, all'affermazione di una presenza collettiva, che si configura come una fase preparatoria a una crisi del proprio essere-nel-mondo[4] incombente e, purtroppo, inevitabile

Riferimenti bibliografici
Balandier G., 1977, Società e dissenso, Dedalo Libri, Bari (ed. or. 1974, Anthopo-logiques, Presses Universitaires de France, Paris).
Csordas T. J., 1990, Embodiment as a paradigm for anthropology, in «Ethos», vol. 18, n. 1, pp. 5-47.
De Martino, 1997, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Bollati Boringhieri, Torino.
D'Onofrio S., 1997, A banchetto con i morti, in Id., Le parole delle cose. Simboli e riti sociali in Sicilia, Congedo, Galatina, pp. 77-99.
Giallombado F., 2003, La tavola, l'altare, la strada. Scenari del cibo in Sicilia, Sellerio, Palermo.
Merleau-Ponty, M., 2003, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, p. 193 (ed. or. 1945, Phénoménologie de la Perception, Éditions Gallimard, Paris).
Montanari M., 2004, Il cibo come cultura, Laterza, Bari-Roma.
Neresini F., Rettore V. (a cura di), 2008, Cibo, cultura e identità, Carocci, Roma.
Scarpi P., 2005, Il senso del cibo. Mondo antico e riflessi contemporanei, Sellerio, Palermo.
Scott J. C., 2006, Il dominio e l'arte della resistenza. I «verbali segreti» dietro la storia ufficiale, Elèuthera, Milano (ed. or. 1990, Domination and the arts of resistance. Hidden transcripts, Yale University Press, New Haven).






[1] Utilizzo qui il termine contestazione nell’accezione di Georges Balandier, secondo cui con questa parola più che un atto rivoluzionario, e che quindi si pone al di fuori dell’ordine in vigore in un dato momento, dovrebbe indicare un atto di protesta che non ha la pretesa di assurgere a pensiero dominante e di sovvertire l’ordine delle cose (per approfondimenti cfr. Balandier 1977: 246-247).
[2] Cfr., solo a titolo di esempio, il ciclo di pubblicazioni prodotte da Claude Lévi-Strauss e conosciute con il titolo di Mithologiques. Solo a titolo di esempio e senza nessuna pretesa di esaustività si vedano seguenti lavori: Montanari (2004), Scarpi (2005), Neresini e Rettore (2008), Giallombardo (2003) e D'Onofrio (1997: 77-99).
[3] Con il termine “micro-resistenza” intendo tutte quelle pratiche, eseguite al livello subalterno, episodiche, non strutturate all'interno di associazioni politico-sindacali e circoscritte a pochi individui, volte a resistere, negoziare o attenuare le principali istanze e caratteristiche provenienti dalla classe egemone. Questo termine è vicino, anche se non totalmente coincidente, a quello che James C. Scott definisce “verbale segreto”, secondo cui: «Se il discorso del subordinato in presenza del dominante è un verbale pubblico, userò il termine verbale segreto per indicare il discorso che ha luogo “dietro le quinte”, fuori dall'osservazione diretta di chi detiene il potere. Il verbale segreto è così una derivazione, nel senso che è costituito da quei discorsi, gesti, pratiche fuori scena che confermano, oppure contraddicono, o semplicemente modificano, ciò che appare nel verbale pubblico» (Scott, 2006: 17-18. Corsivi dell'autore). Ciò che distingue la nozione di micro-resistenza da quella di verbale segreto sono principalmente i contesti di riferimento estremi (schiavitù, regimi dittatoriali, ecc.) cui fa ricorso James Scott per spiegare e dimostrare l'esistenza del verbale segreto. È innegabile tuttavia che le pratiche di micro-resistenza fanno parte di quella che lo stesso Scott ha definito come infrapolitica, cioè: «… quella grande varietà di resistenze di basso profilo che non osano dichiararsi apertamente. Cogliere la sostanza di questa infrapolitica, le sue mascherature, le sue finzioni, e il suo rapporto con il verbale pubblico, può aiutarci a chiarire diversi spinosi problemi dell'analisi politica» (Ibid.: 36).
[4] Per quanto riguarda la nozione di essere-nel-mondo e la questione della presenza collettiva e comunitaria è doveroso rinviare qui al testo di Ernesto de Martino (1997). Per la stessa nozione di essere-nel-mondo, con particolare riferimento alla questione del corpo e della percezione di questo, cfr. Merleau-Ponty (2003: 193) e, per un taglio decisamente più antropologico, Csordas (1990: 5-47).

sabato 10 agosto 2013

Corpi in fabbrica. La femminilizzazione del lavoro e la cancellazione dell'identità sessuale (II parte)

Nel post Corpi in fabbrica. Assoggettamento e resistenza (I parte) ho esposto la mia prospettiva analitica riguardo i modi in cui il corpo entra in fabbrica e le dinamiche che scaturiscono da questo processo di incontro/scontro. In linea con quello scritto, presento qui il caso di una informatrice costretta, per lavorare in fabbrica e "fare carriera", ad attenuare, e in alcuni casi a cercare di cancellare, la sua identità di genere anche se all'interno di un ampio processo di femminilizzazione che ha investito il mondo del lavoro contemporaneo. 

Durante la mia frequentazione del campo e degli informatori non avevo mai né conosciuto, né visto fra i lavoratori G. S. Un giorno G. I. mi ha parlato di questa ragazza coraggiosa e capace che da semplice operaia è riuscita a diventare caposquadra, pur non riuscendo ad ottenere la qualifica ufficialmente e che, nel periodo iniziale della chiusura dello stabilimento, era stata spostata nella fabbrica di Pomigliano D’Arco, per insegnare agli operai campani ad ottenere standard qualitativi più alti. A quel punto, incuriosito, ho chiesto a G. I. di mettermi in contatto con questa ragazza e dopo un paio di giorni, avvertita preventivamente, l’ho chiamata al telefono per fissare un incontro nella sua casa di XXX, dove vive con il marito. Quando mi sono recato a trovarla, mi si è presentata una ragazza di media altezza, magra e asciutta in tuta da ginnastica con una lunga coda di capelli neri tirati indietro, una grande vitalità negli occhi e una voglia ancora più grande di raccontarmi la sua storia. Mi ha fatto accomodare nel salotto di casa sua, dove si trovavano un paio di borsoni del marito, militare in partenza per una missione in Afganistan.
Dal momento in cui ci siamo accomodati G. S., senza darmi il tempo di formulare nessuna domanda, comincia a parlare della Fiat di Termini Imerese. Per lei, assunta poco più che adolescente, il suo percorso lavorativo e di formazione professionale coincide anche con una dura fase di crescita e formazione individuale. La sua carriera, tutta in ascesa fino alla chiusura dello stabilimento, rientra all’interno di quel processo di femminilizzazione del lavoro che si è affermato, in anni recenti, al livello internazionale1. Tale processo, per come lo definiscono, fra gli altri, Annalisa Murgia e Emiliana Armano, consiste:

[Nell’] aver incorporato «le doti, tradizionalmente femminili, della duttilità, del multitasking, dell’obbedienza, del lavoro gratuito, dell’ascolto e della propensione alla cura». Quella che è stata definita “femminilizzazione del lavoro” non è stata, infatti, sinonimo di maggior equilibrio di genere nel mondo del lavoro, ma si è tradotta piuttosto in una generalizzazione di precarietà e sfruttamento, che da sempre caratterizzano i lavori delle donne. E, contemporaneamente, hanno teso a diventare dei luoghi economici tutti gli spazi di vita degli individui, con lo sgretolarsi delle barriere tra i luoghi del lavoro e di vita privata, e tra tempi di produzione e di riproduzione (Murgia, Armano 2012: 12).

Tale dinamica, nella vicenda di G. S., è evidente dalla varietà di mansioni che la giovane donna ha svolto per lunghi anni all’interno dello stabilimento e, a conferma dello stato generale «di precarietà e sfruttamento, che da sempre caratterizzano i lavori delle donne», dal fatto che, pur svolgendo la mansione di caposquadra nella pratica, l’informatrice non ha mai avuto un formale riconoscimento da parte dell’azienda per le mansioni da lei svolte. Tale situazione, oltre che arrecarle un grave danno economico, nella fase attuale instilla nel soggetto un senso di fallimento e di delusione, che a tratti sfocia nel risentimento nei confronti della fabbrica.
Il caso di G. S. è emblematico anche per le varie implicazioni che coinvolgono il corpo del lavoratore e, allo stesso tempo, la sua appartenenza di genere.
G.: [Lo stabilimento] è un luogo dove tu riesci ad avere realmente a che fare con tutti i ceti e tutti i livelli culturali, quindi è un ambiente per me meraviglioso, perché: ti dà tantissimo spirito di adattamento, perché tu o ti adatti o se no rimani esiliato per tutta la vita; ti dà il modo di confrontarti con tutti; essendo donna, ti dà molta forza devi acquisire tantissima fiducia in te stessa, perché lì dentro la donna ancora veniva vista, e ti parlo di quattordici anni fa, veniva vista ancora come: “Tu sei femmina e devi stare a casa; tu non sei in grado di potere montare una macchina; tu non sei in grado di potere alzare un peso; tu non sei in grado di dare ordini a me che sono un uomo.” […] Non è facile per una donna, a Termini Imerese perché negli altri stabilimenti non è così, ma a Termini Imerese non è facile per una donna andare avanti.
T.: E tu come ci sei riuscita?
G.: Io ci sono riuscita, ma io ho un carattere non molto femminile, nel senso che se tu a me mi dici che io una cosa non la riesco a fare, ma io, guarda, ma anche se è l'ultima cosa che faccio nella mia vita, ma io la devo fare. […] Ti posso dire che malanni e danni addosso a me stessa me ne sono fatti in quantità illimitata, nel senso che ho avuto punti, mi sono venuti i tunnel carpali, mi sono rotta il ginocchio, mi sono lussata la rotula. Guarda, io quando sono stata ai motori... il reparto motori forse è quello che mi ha fatto crescere veramente...
T.: Quindi c'erano anche dei problemi fisici?
G.: Sì, che alla fine ci sono, non è che non ci sono. Perché se devi assemblare un motore...
La fabbrica è il luogo in cui l’individualità di G. S. si incontra/scontra con il mondo. In questo processo di incontro/scontro ciò che emerge lampante è la necessità di mettere da parte l’identità di genere di G. S. affinché quel mondo e chi lo abita la possano rispettare come donna e come superiore. La fabbrica è, come già accennato, il luogo della crescita e dell’esperienza ed è significativo come la stessa informatrice indichi implicitamente come tali processi passino attraverso il suo corpo. È, infatti, la linea di montaggio dei motori che, come la stessa G. S. rileva, le permette di crescere e di fare esperienza, ma è, allo stesso tempo, il luogo in cui il suo corpo è sottoposto ad uno sforzo che va oltre i suoi limiti e che subisce spesso degli infortuni. Nel primo caso la costruzione di una chiave speciale, che modifica il suo corpo permettendole di aprire ancora di più le braccia e di esercitare la forza necessaria ad assemblare il motore, rende il soggetto abile al lavoro; nel secondo caso, tali accorgimenti e modifiche corporali non mettono la lavoratrice al riparo da infortuni e da conseguenze fisiche anche gravi.
Il caso appena riportato permette di analizzare il coinvolgimento del corpo all’interno del processo produttivo in tutta la sua potenza e centralità, raggiungendo, in alcuni momenti, picchi di tragicità. Innanzitutto l’ingresso in fabbrica costituisce per G. S. una presa di coscienza e un auto-riconoscimento del suo essere donna e, in linea di massima, diversa dalla maggior parte dei suoi colleghi. In questo processo di identificazione e di crescita l’informatrice è stata costretta a mettere da parte alcuni tratti che vengono comunemente riconosciuti come “femminili” (debolezza fisica, emotività, dolcezza) con dei tratti che altrettanto comunemente vengono identificati come “maschili” (forza fisica e morale, durezza, inflessibilità di fronte alle avversità). Tuttavia, questa rinuncia ad una parte della femminilità è operata all’interno di un più generale processo di femminilizzazione del mondo del lavoro, che ha fatto suoi alcuni caratteri dei lavori e delle capacità attribuite principalmente alle donne, al fine di rendere la condizione dei lavoratori più flessibile e, in alcuni casi, più precaria. Questa apparente contraddizione è un tratto che rientra perfettamente nei processi che Michel Foucault definisce, di assoggettamento dei corpi. In questo assoggettamento dei corpi ciò che si richiede al lavoratore è di essere produttivo e, in questa ottica, i tratti o gli strumenti che vengono selezionati per raggiungere tale produttività sono di diversa natura, cangianti e mescolati fra loro. In altre parole ciò che entra in gioco nel processo produttivo industriale sono le dinamiche di potere dal carattere governamentale, caratteristiche del capitalismo e, ancora più accentuatamente, nel neo-capitalismo2.
Infine, G. S. presenta un caso estremo in cui il processo produttivo si palesa in tutta la sua pre-potenza plasmatrice della corporeità che si spinge oltre i limiti delle possibilità fisiche del lavoratore stesso fornendo mezzi sui generis (la speciale chiave costruita dal capo di G. S.), che dovrebbero trasformare il corpo del lavoratore. Tuttavia, quando questi limiti si esercitano oltre un certo limite le rotture, i danni e le ripercussioni al livello fisico, come dimostra il caso presentato, sono inevitabili.
Quello di G. S. è un caso limite in cui il processo di assoggettamento dei corpi si esercita in maniera eccessiva. Tuttavia, come ha mostrato James C. Scott (2006), gli uomini attivano generalmente dei meccanismi di resistenza e di eversione al/dal potere, che gli permettono di rimodulare le istanze esterne e attuare delle pratiche volte alla sopravvivenza e al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Un esempio di questi modi di eversione e resistenza può essere il caso degli operai tatuati di cui ho già parlato nel post precedente o un gruppo di operai di Termini Imerese che, disertando la mensa aziendale e cercando di affermare la propria dignità e la propria identità, preparavo il cibo all'interno della fabbrica praticando un atto, discreto e silenzioso, di contestazione nei confronti dell'azienda.

Riferimenti bibliografici
Arienzo A., 2007, Governo, governamentalità, governance. Riflessioni sul neo-liberalismo contemporaneo, in Vinale A. (a cura di), Biopolitica e democrtazia, Mimesis, Milano, pp. 251-277.
Foucault M., 2005, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano (ed. or. 2004, Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France 1978-1979, Seuil-Gallimard, Paris).
Freeman C., 2011, Neoliberalism. Emboding and affecting neoliberalism, in Mascia-Lees F. E. (a cura di), A companion to the anthropology of the body and ambodiment, Blackwell Publishing, Chichester, pp. 353-369.
Murgia A., Armano E. (a cura di), 2012, Mappe della precarietà. Spazi, rappresentazioni, esperienze e critica delle politiche del lavoro che cambia, Vol. I, Emil di Odoya, Bologna.
Scott J. C., 2006, Il dominio e l'arte della resistenza. I «verbali segreti» dietro la storia ufficiale, Elèuthera, Milano (ed. or. 1990, Domination and the arts of resistance. Hidden transcripts, Yale University Press, New Haven).
1 Per maggiori approfondimenti sulla questione della “femminilizzazione del lavoro” ancora poco analizzato dagli studiosi di scienze sociale cfr. Freeman 2011: 353-369.


2Per maggiori approfondimenti sulla nozione di governamentalità cfr. Foucault 2005; De Martino 2009/2010-2011/2012; Arienzo 2007: 251-277.